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Quando era un ragazzino, il suo viso assomigliava molto a
quello dei topolini dei cartoni animati: spigoloso, magrissimo, grandi occhi
ingigantiti dagli occhiali, orecchie sporgenti, sorriso furbo. Un accenno di peluria a sporcare il labbro
superiore, come a ricordare che, prima o poi, anche lui sarebbe cresciuto.
Per più di due anni ogni giorno che dio ha mandato in terra
è venuto a casa nostra: erano tanti i ragazzi che allora avevano scelto di
stare da noi, piuttosto che al freddo per strada. Ma senz'altro lui e Matteo erano i più
assidui: una presenza quotidiana, a tutte le ore.
Mi faceva ridere e arrabbiare e anche meravigliare. Soprattutto, però, mi faceva parlare: era un
continuo domandare, a volte provocatorio.
Voleva sapere tutto, di tutto. le
vecchiette del paese lo prendevano in giro quando con l'inseparabile Matteo
faceva pubblicamente i conti sulla prossima nascita del nostro secondo figlio: "Ne
sapete più voi del dottore!" sbottavano, stupite e scandalizzate insieme.
D'inverno si beveva qualcosa di caldo, in primavera si
pulivano i fagiolini, d'estate e d'autunno
si facevano le gelatine di frutta... qualsiasi cosa accadesse in casa nostra,
Simone era con noi, a chiacchierare e a
provocare, a ridere e a fare scherzi. Con Matteo, certamente.
Un giorno d'inverno arrivarono verso sera, trafelati e pieni
di risate. Fieri, ci raccontarono il
loro ultimo scherzo, la trovata più bella per quel giorno: avevano preso la
neve gelata, l'avevano pressata sulla soglia della chiesa e l'avevano coperta
di neve fresca. E impazzivano di gioia
nel vede le vecchiette che, convinte di calpestare neve morbida, scivolavano sul
gradino al contatto inatteso con il ghiaccio.
Erano felici della trovata.
Mi infuriai, quella volta, li sgridai molto: cercai di far
capire loro che cosa poteva accadere a una vecchia che cadeva malamente sul
ghiaccio.
Matteo ascoltò e chiese spiegazioni. Lui non disse nulla: mi guardava come se gli
avessi inflitto l'ingiustizia più grande.
Cercò di minimizzare, ma io quella volta fui implacabile.
Non disse più nulla, girò sui tacchi e non lo vidi più. Improvvisamente la casa fu vuota di lui,
delle sue risate e delle sue domande impertinenti. Rimasi malissimo: quante volte, e per moltissimo tempo, mi sono
morsa la lingua per l'arrabbiatura di quel giorno! Avrei potuto stare zitta, o dire le stesse
cose in un modo più pacato, o semplicemente aiutarlo a capire quello che mi
sembrava così importante...
Dal giorno dopo a casa nostra ci fu solo Matteo, triste
perché sapeva di dover perdere comunque qualcosa: o l'amico di sempre, o le
lunghe sedute da noi. Le sue visite
divennero sempre più brevi finché finirono del tutto.
Per molti anni Simone mi negò perfino il saluto e io dentro
di me pensavo che si trattava di una giusta punizione, per il mio esagerato
fervore di quel pomeriggio d'inverno.
Quante cose ho imparato da quell'amicizia! Quanto mi ha insegnato quel ragazzino magro e
spavaldo, a proposito di come stare con gli adolescenti e anche, dolorosamente,
come imparare la separazione da loro.
Dovettero passare molti anni prima che potessimo reincontrarci - sempre più
raramente - sorridendoci imbarazzati, come due che sanno qualcosa di segreto, lontano ma non dimenticato.
Non avrei mai pensato, tanti anni dopo, di dover
rispolverare tutto quello che mi aveva insegnato, per imparare di nuovo a separarmi da lui. Da oggi dovrò accettare l'idea inaccettabile che
non ci saranno più nemmeno gli incontri rarissimi e casuali, con i loro sorrisi
brevi. Dovrò - ma non ci riesco - cercare
di pensare al dolore senza senso e senza consolazione di Marisa, Giuseppe,
Alessandro, Federica, e tutti gli altri che gli hanno voluto bene. E non potrò più parlare con lui adulto, come tante volte ho immaginato
di fare, per spiegargli che cosa intendevo quel pomeriggio gelato di tanti anni
fa. Non ci saranno altre domande, altre parole.
Da oggi ci sarà solo il ricordo di lui, scivolato via per sempre da un
gradino, a 8 metri da terra.
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