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Simone
Scritto da Domitilla Melloni   
Thursday 24 November 2011

Quando era un ragazzino, il suo viso assomigliava molto a quello dei topolini dei cartoni animati: spigoloso, magrissimo, grandi occhi ingigantiti dagli occhiali, orecchie sporgenti, sorriso furbo.  Un accenno di peluria a sporcare il labbro superiore, come a ricordare che, prima o poi, anche lui sarebbe cresciuto.

Per più di due anni ogni giorno che dio ha mandato in terra è venuto a casa nostra: erano tanti i ragazzi che allora avevano scelto di stare da noi, piuttosto che al freddo per strada.  Ma senz'altro lui e Matteo erano i più assidui: una presenza quotidiana, a tutte le ore.

Mi faceva ridere e arrabbiare e anche meravigliare.  Soprattutto, però, mi faceva parlare: era un continuo domandare, a volte provocatorio.  Voleva sapere tutto, di tutto.  le vecchiette del paese lo prendevano in giro quando con l'inseparabile Matteo faceva pubblicamente i conti sulla prossima nascita del nostro secondo figlio: "Ne sapete più voi del dottore!" sbottavano, stupite  e scandalizzate insieme.

D'inverno si beveva qualcosa di caldo, in primavera si pulivano i fagiolini, d'estate  e d'autunno si facevano le gelatine di frutta... qualsiasi cosa accadesse in casa nostra, Simone  era con noi, a chiacchierare e a provocare,  a ridere e a fare scherzi.  Con Matteo, certamente.

Un giorno d'inverno arrivarono verso sera, trafelati e pieni di risate.  Fieri, ci raccontarono il loro ultimo scherzo, la trovata più bella per quel giorno: avevano preso la neve gelata, l'avevano pressata sulla soglia della chiesa e l'avevano coperta di neve fresca.  E impazzivano di gioia nel vede le vecchiette che, convinte di calpestare neve morbida, scivolavano sul gradino al contatto inatteso con il ghiaccio.  Erano felici della trovata.

Mi infuriai, quella volta, li sgridai molto: cercai di far capire loro che cosa poteva accadere a una vecchia che cadeva malamente sul ghiaccio.

Matteo ascoltò e chiese spiegazioni.  Lui non disse nulla: mi guardava come se gli avessi inflitto l'ingiustizia più grande.  Cercò di minimizzare, ma io quella volta fui implacabile.

Non disse più nulla, girò sui tacchi e non lo vidi più.  Improvvisamente la casa fu vuota di lui, delle sue risate e delle sue domande impertinenti.  Rimasi malissimo:  quante volte, e per moltissimo tempo, mi sono morsa la lingua per l'arrabbiatura di quel giorno!  Avrei potuto stare zitta, o dire le stesse cose in un modo più pacato, o semplicemente aiutarlo a capire quello che mi sembrava così importante...

Dal giorno dopo a casa nostra ci fu solo Matteo, triste perché sapeva di dover perdere comunque qualcosa: o l'amico di sempre, o le lunghe sedute da noi.  Le sue visite divennero sempre più brevi finché finirono del tutto.

Per molti anni Simone mi negò perfino il saluto e io dentro di me pensavo che si trattava di una giusta punizione, per il mio esagerato fervore di quel pomeriggio d'inverno.

Quante cose ho imparato da quell'amicizia!  Quanto mi ha insegnato quel ragazzino magro e spavaldo, a proposito di come stare con gli adolescenti e anche, dolorosamente, come imparare la separazione da loro.  Dovettero passare molti anni prima che potessimo reincontrarci - sempre più raramente - sorridendoci imbarazzati, come due che sanno qualcosa di segreto,  lontano ma non dimenticato.

Non avrei mai pensato, tanti anni dopo, di dover rispolverare tutto quello che mi aveva insegnato,  per imparare di nuovo a separarmi da lui.  Da oggi dovrò accettare l'idea inaccettabile che non ci saranno più nemmeno gli incontri rarissimi e casuali, con i loro sorrisi brevi. Dovrò  - ma non ci riesco - cercare di pensare al dolore senza senso e senza consolazione di Marisa, Giuseppe, Alessandro, Federica, e tutti gli altri che gli hanno voluto bene. 

E non potrò più parlare con lui adulto, come tante volte ho immaginato di fare, per spiegargli che cosa intendevo quel pomeriggio gelato di tanti anni fa. Non ci saranno altre domande, altre parole.  Da oggi ci sarà solo il ricordo di lui, scivolato via per sempre da un gradino, a 8 metri da terra.

 

Dopo l'anestesia
Scritto da Domitilla Melloni   
Tuesday 15 November 2011

Continuo a ripetere, in questi giorni,  che sto vivendo uno spiacevolissimo risveglio dall'anestesia.  Come si fossi rimasta addormentata sotto l'effetto potente dell'impotenza (ossimoro: rende l'idea).  Non si poteva fare nulla, mi toccava vivere quello che accadeva e cercare di resistere attendendo il momento in cui sarebbe finito.  Uniche armi a mia disposizione: la libertà del mio pensiero (o l'illusione di essa); il tentativo di vivere nel modo più retto possibile (mi piace la parola "rettitudine", ormai nessuno la usa più, e in fondo è molto coerente con la ricerca della filosofia come esercizio); il desiderio di fare al meglio tutto ciò che costituiva la mia vita quotidiana, unico luogo possibile (tristemente) di un'azione politica che altrimenti era inesistente e impensabile.  E quel po' di senso dell'umorismo che ho ricevuto dai miei genitori, una strada sicura per la trascendenza.
Proprio quest'ultima cosa, forse la più importante di tutte perché invita a non prendersi troppo sul serio, sta svanendo.  Come se uscissi da un brutto incubo e scoprissi che le macerie intorno a me sono reali, non frutto dell'immaginazione.

L'altra sera ero contenta, perché finalmente il coccodrillo se ne andava. Ho temuto fino all'ultimo che qualcosa andasse storto, lo temo ancora. Non sarei mai andata a insultare Berlusconi per strada, ma il senso di felicità quando ho avuto la conferma delle sue dimissioni è stato autentico.  Il governo Monti non è certo quello che desidererei, se in questo Paese ci fosse ancora una via percorribile per una qualche forma di partecipazione.
Eppure, il senso di sobrietà che quest'uomo ispira quando parla, la sua pacatezza mi fanno ben sperare: ce n'è bisogno dopo il terribile circo che ci ha governati per tanto tempo, il cui tendone non è ancora del tutto smantellato.

Sono allibita dall'opportunismo politico del PD che teme l'assunzione di responsabilità e la possibilità che gli elettori lo associno ai "sacrifici" che si renderanno necessari nei prossimi tempi.  Allibita e delusa e sconfortata: anche loro sono pienamente dentro la logica da televisione commerciale che l'ha fatta da padrona negli ultimi 20 anni.

Sento che la mia generazione è stata esclusa da tutte le opportunità: piccolissima nel '68, sono cresciuta in mezzo all'orrore del terrorismo, con la paura come compagna;  avevo 28 anni quando si è sfasciata la prima repubblica, troppo pochi per aver già trovato una strada.  Ne ho 48 oggi, troppi per poter progettare alcunché di significativo. 

Spero tanto che le forze dei ragazzi giovani si sveglino da questo terribile incantesimo che ci imprigiona e trovino un pertugio per scoprire di nuovo che cosa sono la solidarietà, l'accoglienza, lo spirito di partecipazione e il desiderio di libertà e di giustizia.  Mi piacerebbe poter contribuire a tutto questo in qualche modo: il mio lavoro, il volontariato, la stessa vita familiare sono per me ambiti di impegno realmente politico, ma temo servano a pochissimo.

So che sta solo a noi uscire dal giogo, ma come?

 

L'albero e i frutti
Scritto da Domitilla Melloni   
Wednesday 29 June 2011

L'albero e i frutti.

"Colui o colei che, a livello della propria coscienza, lascia emergere la coscienza risvegliata del mondo, diviene per forza di cose un canale per quell'energia primordiale che fonda in noi l'essere, il movimento e la vita.  Non c'è dunque di che stupirsi  che ridondi di vitalità.  La sua gioia come la sua salute sono contagiose.  La sua semplice presenza è rassicurante e, se pur non opera sempre i miracoli al modo dei racconti stupefacenti che infiorano la letteratura religiosa, contribuisce a creare un clima indubbiamente favorevole al dischiudersi della vita.
L'albero si riconosce dai frutti."

Bernard Besret, Del buon uso della vita, Servitium

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