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Nel 1993, dopo quasi undici anni dalla maturità classica, mi sono laureata in Filosofia, all'Università Statale di Milano. Il percorso di studi fu, in quel caso, una delle esperienze più avvilenti ed escludenti della mia esistenza. La facoltà, in quell'epoca, era un caos: pochissimi i servizi di orientamento per le matricole; scarsissima, quasi inesistente la disponibilità dei docenti e del personale universitario ad indirizzare chi era ancora fuori dal sistema e non sapeva come orientarsi al suo interno. Nessun programma di studi era stabilito, nessuna progressione tra materie. Ogni docente coltivava il proprio ambito di interesse e non esistevano - se non in rarissimi casi - processi e percorsi di coordinamento tra i diversi insegnamenti. Fatte salve alcune regole di base, il piano di studi era lasciato alla scelta individuale, nell'autarchia più selvaggia. Si poteva sostenere un esame di storia della filosofia contemporanea prima di uno di medievale o di antica; si potevano seguire tutti gli insegnamenti di psicologia possibili e immaginabili prima di costruire le basi filosofiche sulle quali farli poggiare; e così via. Difficile, molto difficile per una ragazzina di diciannove anni, molto poco matura, vissuta forse nella bambagia, senz'altro non preparata dal liceo ad un passaggio del genere. E poi c'erano i "filosofi", creature misteriose intente il più delle volte a farti capire che nella vita ci sono cose più importanti di quelle di cui si preoccupano i comuni mortali. Su tutto, dominava un senso di distacco, di assoluta lontananza che rendeva irraggiungibili le persone che avevano fatto della filosofia la loro professione. Come se tutto gridasse continuamente a noi poveri studenti ignoranti: "attenzione, questa non è roba per voi, è faccenda di gente dotta e colta! Ci occupiamo di voi perché non possiamo evitarlo, ma la cultura vera...beh, quella è un'altra cosa, è altro da voi...!" In brevissimo tempo mi adattai magnificamente all'ambiente: avevo, nel frattempo, iniziato a lavorare e il mio lavoro, in una cooperativa sociale, mi piaceva e mi assorbiva molto, lo facevo bene e ne ottenevo riconoscimenti. Poi avevo conosciuto mio marito e ci eravamo sposati. L'università era rimasta al posto che ritenevo si meritasse, in base alla mia esperienza: una cosa fastidiosa, da portare avanti più per caparbietà e per senso del dovere che non per interesse, da lasciare sullo sfondo, mentre la "vita vera" scorreva veloce e appassionante in primo piano. La cosa peggiore è che imparai molto presto ad arrangiarmi secondo quelle che sembravano essere le regole del sistema che mi ospitava: la mia preparazione divenne sempre più frettolosa; imparai a "fregare" i docenti, cosa tutt'altro che difficile. Il massimo lo raggiunsi il giorno in cui, durante un esame, discussi a lungo con il docente del suo testo appena uscito (più di 400 pagine scritte in maniera per me del tutto incomprensibile) e mi buscai un 29. Di tutto il libro avevo letto sì e no 30 pagine, ma scimmiottando quel modo assurdo di esprimersi riuscii a convincere persino l'autore della mia preparazione. Per anni andai fiera di quell'episodio. La mia "vita vera", fuori dall'università, aveva segnato un punto sulla spocchia e la supponenza della "cultura". Questa è senz'altro la cosa più dolorosa e più grave del mio percorso di studi filosofici: in tanti anni di lavoro, anche duro (perché ci furono anche, è ovvio, momenti e corsi bellissimi, per i quali ho lavorato sodo e seriamente) la cosa più importante che mi sono guadagnata è stato un quasi totale, scorato disamore per la filosofia e per la conoscenza. Io non volevo , con tutta me stessa, avere più nulla a che fare con quel mondo che mi aveva dimostrato irrisione, distacco, che aveva voluto allontanarmi senza lasciarmi il modo di entrare, o anche solo di capire quale era la porta attraverso la quale entrare. Per molto tempo, dopo la fine degli studi, non lessi altro che romanzi e persi interesse per tutto quanto fosse anche lontanamente collegato alla filosofia. Provavo frustrazione ma anche indignazione verso tanta inutilità e supponenza. Anziché praticare la filo-sofia, ero scivolata sulla sponda opposta, verso una preoccupante "misosofia". Non riuscivo nemmeno ad immaginare la sensazione di struggente comunione con il mondo che si può provare nell'avvicinarsi all'universo della conoscenza attraverso una domanda che sai non essere solo tua, ma di tanti, a volte di tutti gli esseri umani. Abituata a vedere la filosofia e i suoi linguaggi come recinti chiusi destinati a pochissimi eletti, cercavo l'incontro con la gente, con le persone e con le loro domande per vie tutt'affatto diverse. Anche la psicologia mi aveva deluso: mai avrei pensato che ratti e cavie potessero avere così tanto da dirci. Ovunque sentivo descrivere esperimenti che condannavano le povere bestiole a frustrazioni probabilmente analoghe a quelle che provavo io e mi chiedevo dove fosse finito l'interesse per l'Uomo, per la comunicazione, per la comprensione e la compassione. Il mio lavoro intanto prendeva sempre più quota e nel 1990 avevo cominciato ad occuparmi di formazione. Di questo ero molto soddisfatta, ma restava sempre, anche al fondo della mia attività professionale, un nodo irrisolto: chi ero io? parlavo con la gente nelle aule e nei gruppi, ponendo domande e sollecitando le persone a non fermarsi all'ovvio, ma ad andare oltre, a scavare, a ricercare, a domandare nuovamente. Chi lavorava in questo modo? Non gli psicologi, non i sociologi, non gli assistenti sociali... Faticavo a riconoscermi sotto una bandiera o un'etichetta. Un altro nodo da risolvere era il desiderio della seconda laurea: assurdo, se si pensa a quanto poco mi fosse piaciuta la prima, eppure sempre presente ed evidente. Dentro di me sapevo che avrei trovato una strada per conoscere che mi avrebbe fatto sentire bene, mi avrebbe appagata e soddisfatta e la desideravo - o meglio: sapevo che ci sarebbe stata, nel mio futuro - proprio per riscattare la prima, brutta esperienza. Ma quale percorso dovevo intraprendere? La tanto amata psicologia di un tempo? Assolutamente no: troppi topi e troppi test, per i miei gusti. La sociologia mi sembrava qualcosa di troppo vago. Di antropologia non avevo mai letto niente... Quando finalmente, per puro caso, mi imbattei nel corso di laurea specialistica in consulenza pedagogica e ricerca educativa dell'università Bicocca di Milano, decisi quasi immediatamente che era quello che volevo, ma, fortemente attratta dalla parte pedagogica, reagii con una certa insofferenza nel trovarmi di fronte ad un ennesimo percorso filosofico e accettai questa parte del corso che stavo per intraprendere come un'ostetrica accetta di tenere l'acqua sporca, per non buttare via anche il bambino: se proprio non ne posso fare a meno, farò anche qualche esame di filosofia. Non avevo idea del fatto che la filosofia antica fosse tanto affascinante e tanto attuale; non potevo nemmeno immaginare che la proposta di vita filosofica, anche quella di oggi, non fosse intessuta solo sulle parole, ma su una pratica di vita di costante esercizio. L'enorme quantità di parole e di distacco sotto cui mi era stata presentata la filosofia non mi aveva mai consentito di vedere altro. Lentamente, grazie anche ad una sorprendente intelaiatura di riferimenti che si incrociavano tra i vari corsi che frequentavo, cominciò a dipanarsi davanti ai miei occhi una storia che non conoscevo. Come in un puzzle i cui pezzi giacciono su un tavolo da troppo tempo, le tessere della mia storia personale andavano componendo un panorama inatteso. Capii confusamente che l'attitudine a domandare che caratterizzava il mio lavoro era figlia di quella stessa filosofia che avevo mal conosciuto e mal digerito, ma scoprii anche che la mia storia di formazione personale e professionale poteva condurmi là dove non avrei mai pensato: alla filosofia come recinto che improvvisamente si apre a tutti e lascia godere di sé anche tutti coloro - che sono i più - ai quali non era stato permesso di avvicinarla prima. Studio, lavoro, vita personale: tutto riacquistava un senso nuovo, persino il rapporto con le domande fondamentali e ineludibili che i miei figli, come tutti i bambini del mondo, continuavano e continuano a pormi ogni giorno. Nel frattempo, ho incontrato ancora qualche "filosofo" di quelli che mi avevano tanto infastidita in passato: e ho ritrovato tutta la spocchia, il senso di esclusività che respinge, le parole dette per allontanare e non far capire. Ancora una volta sono rimasta male, ma ho capito che ci sono molti modi per occuparsi di filosofia e che non tutti sono adatti a me. Mi pare di intuire che questi atteggiamenti tanto spinosi possono essere maschere: semplicemente maschere dietro le quali qualcuno decide di nascondersi, per motivi che forse non riuscirò mai capire. Maschere che proteggono chi le usa per nascondersi, ma precludono l'accesso e l'avvicinamento alla filosofia a tutti coloro che non hanno avuto la possibilità e la fortuna di incontrarla altrimenti. A me piacerebbe, invece, pensare percorsi che inducano all'amore per la conoscenza e la saggezza. Percorsi che facciano intravedere ad ognuno che anche dentro di lui è nascosto un filosofo pieno di domande e di ricerche da fare: assopito, forse, ma pronto a svegliarsi per contrastare il tristissimo andamento della nostra vita, troppo appagata per porsi ancora domande e farsi minare dal dubbio. Mi piace l'idea di poter scegliere, oggi, che impronta dare al mio rinnovato amore per la filosofia. Mi piacerebbe che fosse un amore basato sul coraggio delle domande semplici, degli sguardi ingenui che non temono l'irrisione. Mi piacerebbe lasciare alle mie spalle quelle "maschere" dei sapienti che allontanano dall'"amore per la saggezza", per tentare di andare oltre e di esplorare modi attraverso i quali la filosofia può diventare una possibilità per tutti. Filosofia come stile di vita e come esercizio continuo per riappropriarsi della propria vita e renderla migliore. In particolare vorrei esplorare la scintilla originale della filosofia, cioè la meraviglia, che non è da ricercare solo nei grandi interrogativi universali, ma anche nelle piccole domande della vita di ogni giorno, ogni volta che abbiamo il coraggio di interrogarci e di lasciarci cogliere dallo stupore, che immancabilmente ci prende se riusciamo a restituire importanza all'attimo presente. In questa prospettiva ho avviato la mia attività professionale di consulenza pedagogica coniugata con l'analisi biografica a orientamento filosofico. In queste pagine virtuali mi piacerebbe dare voce a quello che scopro lavorando sia con le persone che mi consultano nel mio studio e a scuola, sia con tutti i praticanti filosofi ai quali ho avuto la fortuna di affiancarmi. Insieme abbiamo intrapreso da un po' una magnifica avventura per tentare di restituire alla filosofia il posto che potrebbe spettarle nella vita di ciascuno. |