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Finiscono le vacanze, quest'anno lunghissime, e mi ritrovo immersa in un caos debordante di cose da fare, progetti lasciati a dormire per troppo tempo, sensi di colpa coccodrilleschi e ansie persistenti. Il pensiero più frequente è: "non ce la farò mai! Farò figuracce con tutti e fallirò..." Quello immediatamente successivo: "Cerca di stare tranquilla: vedrai che domani andrà meglio. La settimana prossima andrà benone". A consolarmi un po', la sensazione che questa faccenda non riguardi solo me: amici, conoscenti, tutti quanti alle prese con un disorientamento simile al mio, con un sottile (?) desiderio di fuga verso un limbo senza responsabilità. Perfino i telegiornali accennano a una fantomatica "sindrome da rientro dalle ferie": pare che se ne occupi addirittura l'OMS. Chissà. Quelli che lavorano in azienda, mi assicurano che per loro è peggio: il confronto con i colleghi che non sono andati in ferie e che sono perfettamente "in palla" è schiacciante. A me pare che la mia situazione di libera professionista sia annichilente: nessuno che si aspetti da me cose precise nei prossimi minuti e nelle prossime ore; un oceano di impegni enormi a medio e lungo termine. Non ce la farò mai, appunto. Il primo giorno è un disastro e lo passo a casa: non combino praticamente nulla. Il secondo è quasi altrettanto inutile, ma vado in studio (ho traslocato durante l'estate e mi sembra che la nuova stanza, con i suoi colori brillanti, mi respinga: non è la mia tana, questa!). Oggi sono "in terza giornata", come si diceva un tempo negli ospedali. Sto lavorando a casa e qualcosa, lentamente, comincia a muoversi, più che altro per una questione di auto-disciplina, nulla che venga facile e da sé. Cerco di esaminare il malessere di questi giorni, vorrei riuscire a coglierlo e a definirlo mentre sento che lentamente inizia a dissolversi. Niente mal di testa, bruciori di stomaco, né altro di quanto segnalato dalle zelanti indicazioni dell'OMS. Forse un tono depressivo generale, questo sì. Ma dovuto a che cosa, in particolare? Amo il mio lavoro e, dopo due mesi di lontananza, non vedo l'ora di ricominciare. Quindi non sembra essere un rifiuto dell'impegno in sé quello che mi attanaglia. Direi di no. Squilla il cellulare: è mia sorella. Sta andando in auto a Marsiglia, per ricongiungersi con suo figlio che non vede da due mesi. A pochi chilometri dal confine si ricorda improvvisamente di non aver spostato un appuntamento con il dentista. Mi chiede se posso farlo per lei. Eccola qui la piccola cosa importante per qualcuno. Mi avvento sul telefono: ovviamente il numero è occupato, ma io non demordo. Dopo 20 minuti il problema è risolto. Avviso mia sorella che può stare tranquilla e rientro nei miei pensieri. Tutto è cambiato. Non che io sia diventata per questo un fulmine di guerra, questo no. Ma improvvisamente le incombenze che mi aspettano cominciano ad assomigliare vagamente a qualcosa che mi è noto. Non posso evitare di pensare: e se si trattasse solo di paura dell'irrilevanza? Se fossimo tutti vittime della paura di non contare nulla? In effetti... Ci assentiamo da un mondo per il quale ci riteniamo indispensabili: magari non capiti e apprezzati, ma comunque rilevantissimi. Stiamo via per un po', e quando torniamo: sorpresa! Nulla è crollato. Tutto continua ad andare avanti tranquillamente, senza troppi scossoni, anche in nostra assenza. E' una normale questione ecologica, è un sistema che continua a vivere, senza di noi. I colleghi - se li abbiamo - vivono una vita apparentemente normale, non hanno subito particolari contraccolpi e quel che è peggio esibiscono un'aria pallida, indaffarata e consapevole della situazione ben diversa dal nostro aspetto, abbronzato, sano e...sofferente. Se invece i colleghi non li abbiamo, come capita a me, è l'intero universo che non si è accorto della nostra assenza. Siamo esasperatamente attaccati alla nostra individualità, disperatamente al centro del nostro spazio e dei nostri pensieri. Il ritorno dalle ferie ci dimostra, ogni volta, che la nostra propria necessità è un concetto non universalmente condiviso. Rendersene conto esplicitamente non è bello e ci confonde. Per fortuna accade, mi vien da pensare. Per fortuna ogni tanto qualcosa ci sospinge nella consapevolezza della nostra irrilevanza, del nostro limite, della nostra finitezza. Sarà meglio che torni a concentrarmi sul lavoro: intanto, però, mi preparo un piccolo esercizio filosofico che potrebbe essermi utile in queste circostanze. Esercizio di meditazione sull'azione presente
Nella confusione di questi giorni, ogni ora fare bene, presente a me stessa e all'attimo che vivo, una piccolissima cosa che abbia un inizio e una fine: riordinare dei fogli, cucinare un piatto per pranzo, scegliere la prossima incombenza dall'agenda, stendere la biancheria... Qualunque cosa va bene, purché sia piccola, limitata, e svolta con la maggiore consapevolezza possibile di sé e della situazione. |