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"Eravamo stupefatti: come mai i nostri genitori non reagivano, visto che un praticello rovinato di solito era un motivo sufficiente per richiedere l'intervento della polizia? Macché: il signor Bates non si mise a gridare, non tentò di trascrivere la targa del veicolo, e non lo fece nemmeno sua moglie, che pure aveva pianto quella volta che avevamo fatto scoppiare i petardi tra i suoi tulipani da esposizione - non dissero una parola, né loro né i nostri genitori, e in noi balenò l'intuizione di tutto il tempo che avevano vissuto, di come ormai avessero fatto il callo ai traumi, alle depressioni, alle guerre. Ci si rese conto che la versione del mondo che interpretavano a nostro uso e consumo non era il mondo in cui credevano, e che in realtà, con tutte le loro cure e tutto il loro maledire l'odiosa gramigna, dei prati davanti a casa non gliene importava un accidenti."
J. Eugenides, Le vergini suicide, Oscar Mondadori p. 51 "Rientrando aveva visto Therese che usciva dalla sala da pranzo: si riempiva la bocca di caramelle m&m's, a giudicare dai colori, ma come vide suo padre smise e ne inghiottì un bel po' senza masticare. La fronte alta di Therese risplendeva nella luce proveniente dalla strada; le labbra da cupido erano più rosse, più piccole e più graziose di quanto ricordasse Lisbon, soprattutto in contrasto con la nuova rotondità di guance e mento. Le ciglia erano raggrumate, come se di recente fossero state sigillate con la colla. In quel momento il signor Lisbon ebbe la sensazione di non conoscerla, che i figli fossero soltanto degli estranei con cui si accettava di vivere, e allungò un braccio per incontrarla per la prima volta. Le appoggiò le mani sulle spalle, poi se le lasciò ricadere lungo i fianchi. Therese si scostò i capelli dal viso, sorrise e cominciò a salire lentamente le scale." J. Eugenides, Le vergini suicide, Oscar Mondadori p. 54 |