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Ricordo di Raimon Panikkar (Barcellona, 3.11.1918 – Tavertet, 26.08.2010)
Scritto da Domitilla Melloni   
Friday 27 August 2010

Image La prima volta che l'ho visto di persona ho rischiato di travolgerlo con la macchina: entravo nel parcheggio sotterraneo dell'università proprio per andare ad ascoltarlo e, in fondo alla curva cieca dell'ingresso-auto me lo sono visto improvvisamente davanti, là dove i pedoni non è prudente che passino.  Abituata a vederlo nelle interviste e nei filmati, me lo aspettavo molto alto, invece era minuto, fragilissimo, anche se eretto ed elegante nell'incedere.  Ho inchiodato a pochi centimetri dalla sua sgargiante tunica nei colori caldi dal beige all'arancione e mi sono guadagnata uno dei suoi magnifici sorrisi, quasi birichino, come a dire: "So che non dovrei essere qui, ma... eccomi!".

Si illuminava tutto, quando sorrideva, e illuminava tutto quanto gli stava intorno.  Vederlo sorridere era come assistere a qualcosa di profondissimo e vitale che improvvisamente emergeva, gettando una luce nuova su quello che stava  accadendo e soprattutto su di te che lo stavi a guardare.  Ero incantata dai suoi sorrisi, una sintesi perfetta di come lo spirito, l'anima e il corpo possano gioire insieme, in consapevolezza.

L'ho incontrato di persona solo tre volte, sempre in mezzo a molta gente, e solo la prima volta - quella del mancato stiramento in auto per intenderci - abbiamo scambiato poche parole, durante un intervallo per il caffè: commentava con una gioia contagiosa la vista di un vassoio di paste, che aveva scorto in un angolo e ne rideva deliziato.

Così piccolo, così trasparente, così profondo e leggero a un tempo.  È un uomo che mi ha cambiato la vita.  Quando guardo alla mia storia personale, soprattutto al mio rapporto con la fede cristiana, posso senz'altro individuare un prima e un dopo l'incontro con Panikkar: con le sue parole, i suoi testi e infine con la sua persona e il suo modo pacato di ascoltare prima, riflettere poi e infine parlare.

Ricordo, durante un convegno, un uomo molto più giovane di lui, chiaramente emozionato, fargli dal banco dei relatori una domanda complicatissima, in un linguaggio troppo specialistico e forbito, che sapeva di difesa e di "maschera".  Lui, che della precisione linguistica aveva fatto uno dei cardini della sua filosofia (era un sacerdote e la sua formazione senz'altro doveva molto allo studio della scolastica) si fece molto serio, intento e chiese di poter avere qualche momento di silenzio.  Tutti tacemmo con lui, osservandolo entrare in se stesso ad attingere da quella sua interiorità profondissima le energie per rispondere.  E poi rispose in modo trasformativo: con gentilezza accogliente, trasformò la questione complicata e irta di astrusità in un concetto semplice, assimilabile, che tutti noi comprendemmo grazie alla sua risposta.  Non ci fu nemmeno un'ombra di rimprovero, o anche solo di distanza nei confronti di chi gli aveva posto la domanda.  Ci sentimmo tutti vicini, quella volta, a lui, che aveva risolto così semplicemente la complessità inavvicinabile, e soprattutto al relatore impacciato, che forse per paura aveva scelto linguaggio e postura poco felici.

Questo "sentirsi vicini a...", sentirsi in comunione,  era uno degli effetti più poderosi dell'ascoltarlo o del leggerlo.  Poteva dire di sé: "Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano[1]" e immediatamente si veniva folgorati dall'evidenza dell'inutilità di divisioni e dicotomie.  E questo valeva per le religioni, come per le  persone fino ad arrivare alla dimensione più intima dell'essere umano, che rischia di essere lacerato, diviso nella sua stessa interiorità ogni qual volta non riesce ad accettare il mistero, l'inconoscibile dentro e fuori di sé.

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Qualcuno si faccia avanti…
Scritto da Domitilla Melloni   
Saturday 21 August 2010

Ancora nel pieno delle vacanze, ogni tanto vengo attraversata da pensieri che riguardano la ripresa.  Amo il mio lavoro e so già che quando si ricomincerà ci saranno novità importanti ad attendermi.  Le attendo anch'io, con un po' di trepidazione.  Intanto, ritrovo le parole di Dina Vallino, a segnare la strada come pietre miliari:

Qualcuno si faccia avanti...

"La realtà del bambino è che egli è in contatto con un mondo di emozioni e idee che spesso non sa, non può o ha timore di esprimere.  Questo ci ha portato al preconcetto che le idee non espresse corrispondano a un'assenza di pensiero: gravemente questo pregiudizio ha pesato nell'educazione dei bambini e nei nostri modelli della mente. Ritengo che una posizione del genere è già di per sé fattore di sofferenza psichica intensa perché espone il bambino all'isolamento, mentre ogni bambino anche quando il suo mondo di emozioni e idee non è strutturato per l'espressione verbale, si attende che qualcuno si faccia avanti per comunicare ciò che egli prova."

Dina Vallino, Raccontami una storia, Borla, Roma 2005, p.72

Piccoli esercizi di meraviglia
Scritto da Domitilla Melloni   
Friday 20 August 2010

Giornata iniziata male, con la sensazione che le emozioni mi avessero preso un po' troppo la mano.  Probabilmente è così.
In preda a una malinconia struggente - le cui radici potevano essere diverse, nessuna delle quali particolarmente edificante e nobile - mi sono ritrovata a preparare pane e biscotti ascoltando musica balcanica e irlandese, con il senso di un'eccedenza di vita difficile da reggere.  Nel bene e nel male questa mia vita trabocca, sento con un'intensità che mi toglie il fiato e rischio di scambiare piccole cose quotidiane per avvenimenti radicali e definitivi.  E' sempre stato così: eventi e situazioni minimi improvvisamente mi scagliano dalla quotidianità scontata (quella quotidianità su cui mi piace ascoltare Paolo Jedlowsky) al centro di fondali immensi, intricati di storie e di relazioni, di saperi e conoscenze di cui non ho nemmeno l'idea.  E riconosco in un solo istante da una parte l'infinita piccolezza che sono e dall'altra l'immensità della vita che mi consente di vedere ed essere parte di tutto questo.  Infinitamente grande e infinitamente piccolo si rincorrono e si riflettono l'uno nell'altro, senza soluzione di continuità, raccogliendosi ed estendendosi in giochi ogni volta imprevisti, nutrendo ancora di più la mia già immensa meraviglia.
Mentre scrivo tutto questo non posso fare a meno di dire a me stessa: "ragazza mia, quanto mi sembri stucchevole!".  Ne sono convinta: nemmeno io sopporto quelle creature che si aggirano continuamente a occhioni sgranati, stupendosi per ogni nonnulla.  Sogghigno, pensando che è esattamente l'immagine che do di me, e ne sono dolorosamente consapevole.
Ma non è questa la mia meraviglia. 

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Ho sempre inteso la filosofia come una metamorfosi totale della maniera di vedere il mondo e di vivere in esso
Pierre Hadot

 
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